Che cosa tratta l’ordine del giorno (le sottolineature sono nostre) proposto dal gruppo consiliare “Insieme per Pianezza – Castello Sindaco” nello scorso Consiglio Comunale? – per capirci, si tratta del documento che è stato recapitato ai consiglieri a ridosso del consiglio, sollevando già per questo notevole disappunto

L’occasione è la calendarizzazione al Senato della Repubblica del prossimo 15 giugno (forse… anche sulla data ci sono informazioni discordanti) della discussione delle norme relative alla concessione della cittadinanza italiana sulla base del cosiddetto ius soli. La legge prevede anche altro, ma è questa la norma che scatena l’ira del nostro gruppo consiliare di maggioranza.

Premessa necessaria per «affrontare in modo serio e razionale» la questione, come invita a fare (a parole) anche l’odg, dovrebbe essere sapere di che cosa si sta parlando. Potete andare a controllare sul sito della Camera: rispetto allo ius soli, il testo che ora passa al Senato prevede che acquisisca la cittadinanza italiana per nascita il figlio di genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare di diritto di soggiorno permanente o sia in possesso del permesso di soggiorno UE di lungo periodo. Non si tratta dunque dell’acquisizione automatica di cittadinanza per chiunque nasca sul territorio italiano, né di norme che riguardino i migranti minori. Attualmente, le norme che verrebbero sostituite da questa nuova legge prevedono che la cittadinanza sia concessa a condizione che il soggetto abbia soggiornato per 10 anni continuativamente nel nostro paese (se per qualche ragione passa un anno dai nonni nel paese di origine, per dire, si riparte dal via!). Secondo il gruppo consiliare di maggioranza l’attuale normativa basta e avanza perché comunque le ragazze e i ragazzi che attendono di diventare cittadini italiani godono «di tutte le tutele e diritti dei loro coetanei italiani quali la scuola, la sanità e gli altri servizi pubblici divisibili e indivisibili, senza discriminazione alcuna.» Purtroppo non è così: ammesso che questa sia la situazione sul territorio italiano, le cose cambiano non appena dall’Italia si esce, per esempio per un viaggio di istruzione, uno scambio culturale, un soggiorno all’estero… Stiamo parlando di ragazze e ragazzi per lo più nati in Italia, che parlano e scrivono l’italiano come e meglio di molti di noi, che hanno assunto le cadenze dialettali del posto in cui vivono, che tifano per la squadra locale… ma che non possono partecipare al viaggio all’estero organizzato per la classe, per esempio, se non sottoponendosi ad una procedura diversa da quella dei compagni, in quanto cittadini stranieri (e la procedura evidentemente varia a seconda del paese di provenienza e da quello di destinazione). È un banale esempio di vita quotidiana, ma è proprio della vita quotidiana delle persone che qui si parla, e di come una semplice norma di legge potrebbe semplificarla…

Quali sono gli argomenti addotti dalla nostra maggioranza contro la nuova legge? Sono principalmente due:

1) l’Italia diventerebbe (testualmente) «una sorta di possibile eden da raggiungere, dove tutto è in regalo»;

2) l’acquisizione della cittadinanza da parte di figli di immigrati regolari costituirebbe un rischio di qualche genere per il processo di integrazione. A sostegno di questo argomento si citano i casi degli attentati terroristici in Francia e in Belgio perpetrati da cittadini di seconda e terza generazione.

Entrambi sono argomenti che si rivolgono più alla pancia che alla testa. Se si affronta la questione in modo pacato e razionale risulta evidente che:

1) l’acquisizione della cittadinanza da parte dei figli di immigrati residenti regolarmente in Italia non è motivo sufficiente perché barconi di donne incinte si dirigano verso il nostro paese, come sembra prefigurare l’odg, e in ogni caso non è questo il tema di cui si occupa la legge;

2) proprio perché il processo di integrazione è lungo e difficile, richiede aperture reciproche e negoziazioni complesse, non si capisce come semplificare il processo di acquisizione della cittadinanza da parte delle seconde generazioni costituisca un impedimento all’integrazione. Si può sostenere che non la implichi necessariamente, ma certamente non la ostacola.

La divergenza di fondo sta dunque tra chi riconosce che nel mondo da millenni si mescolano soggetti e culture e chi si chiude dentro l’apparente uniformità del proprio gruppo di riferimento. Uniformità apparente, certo, perché se analizzassimo sul lungo periodo chi siamo e da dove veniamo, scopriremmo di essere noi stessi il risultato di una miscela millenaria di migrazioni e contaminazioni: italici, latini, etruschi, greci, arabi, longobardi, normanni… Possiamo decidere di andare nella direzione dell’integrazione, per quanto difficile sia, oppure dichiarare l’esistenza di culture che di per sé sarebbero «difficilmente integrabili», come scrive l’odg della maggioranza. Noi andiamo per la prima strada, che non è facile, ma è quella che ci mostra la storia.

Il disaccordo con l’odg della maggioranza è dunque radicale.

 

Va però osservato, in appendice, che l’odg, pur partendo da questioni enormi, scomodando principi e dichiarazioni altisonanti, si proponeva alla fine un piccolo scopo di polemica politica, volendo sollecitare il Parlamento a discutere di queste questioni senza che si ponga il voto di fiducia e senza che ci si astenga dal prendere una posizione netta… Ora, in punta di diritto, si può discutere se l’astensione non sia a sua volta una presa di posizione, ma limitiamoci qui alla questione del voto di fiducia. Condividiamo la convinzione che la politica debba saper discutere, confrontarsi, litigare anche, e addivenire a soluzioni comuni, ma questo in Parlamento significa anche presentare un numero di emendamenti tale da poter essere discusso, che tocchino il merito delle questioni, e non migliaia e migliaia di proposte create con un algoritmo al computer, costruite soltanto allo scopo di rallentare i lavori. Perché così si impedisce non solo l’approvazione, ma anche una reale discussione della legge.

L’invito ad un’ampia e certo auspicabile discussione parlamentare sarebbe stato più sincero se fosse stato accompagnato anche dalla stigmatizzazione dell’abuso dell’istituto degli emendamenti.