Il 12 maggio si è tenuta la seconda seduta del Consiglio Comunale del 2017 con questo ordine del giorno.

A ridosso del Consiglio stesso è stato consegnato ai consiglieri un documento (tecnicamente un “ordine del giorno”) proposto dal gruppo consiliare “Insieme per Pianezza – Castello Sindaco”, e ancora più a ridosso è arrivato il testo di una deliberazione (oggetto: Aree soggette ad uso civico – concessione all’associazione G.A.P.-Gruppo Aeromodellistico Pianezza- Approvazione perizia di stima e schema di concessione amministrativa), che ci era stata preannunciata durante la riunione congiunta delle Commissioni consiliari, ma poi è stata ritirata e non messa in votazione.

Ecco il testo delle nostre interrogazioni.

Ed ecco le nostre considerazioni sui punti salienti:

  • il ritardo con cui sono stati consegnati ai consiglieri importanti documenti da discutere;
  • l’ordine del giorno sul cosiddetto “ius soli”;
  • la variante al piano regolatore.

Pianezza e il gioco di Monopoli.

La storia è grossomodo questa: il sig. X acquista anni fa un terreno vicino a Piazza Rossi, con l’intenzione di costruirci sopra (come prevede il piano regolatore per quella zona). Il terreno è parzialmente intercluso, cioè per poter accedere alla strada si deve rinunciare a parte della ‘cubatura’, ma il sig. X lo acquista ugualmente, probabilmente pensa di poter trovare una soluzione. Il sig. Y ha un’attività commerciale in Cassagna e vorrebbe chiudere uno spazio che al momento è coperto soltanto da una tettoia, ma non può più farlo perché ha già costruito quanto prevede il piano regolatore per quella zona (malgrado un indice di edificabilità già elevato).
Il piano regolatore non è la Bibbia, si intende, e può essere modificato, anche prevedendo la realizzazione di aree “ad arcipelago”, che nel linguaggio un po’ ostico delle norme urbanistiche significa che aree anche distanti fra loro vengono a far parte dello stesso piano edificatorio.
Il Comune può legittimamente intervenire con varianti del piano regolatore, quando le modifiche rispondano all’interesse della comunità.
Ora il sig. X vorrebbe vendere al sig. Y la quota edificabile che non può realizzare perché il suo terreno è parzialmente intercluso e non ha trovato una soluzione per l’accesso alla strada. Ma per questo c’è bisogno che il Comune predisponga una variante al piano regolatore. Normalmente questo avviene in presenza di un evidente interesse pubblico e della collettività. Ma in questo caso vi sono solo interessi privati, se si esclude la cessione dovuta da parte del sig. X del terreno per parcheggi (peraltro inferiore ai requisiti del Piano Regolatore) e il versamento (di legge) di una quota in denaro al Comune da parte del sig. Y. La legge è rispettata. Certo, è un po’ strano che il Comune prenda parte attiva per consentire un accordo tra privati, che è essenzialmente nell’interesse dei privati… ma sappiamo che le operazioni del Comune di Pianezza sono spesso rivolte alla soluzione ad hoc del singolo caso personale, invece che orientate a prospettive di insieme e all’interesse comune. Forse anche questo caso rientra nella tipologia degli interventi paternalistici e un po’ clientelari.
Qui c’è dell’altro, però, perché capita che il sig. X sia un assessore della Giunta che governa il Comune di Pianezza. Ripetiamo: non si sta commettendo nessun illecito. Ma non tutto ciò che non è illecito è per ciò stesso opportuno o moralmente corretto. Se una Giunta favorisce con una proposta di delibera un suo assessore (e per svariate decine di migliaia di euro) forse qualche conflitto di interesse si pone e anche qualche problema etico. Perciò i consiglieri di Pianezza Democratica hanno votato contro la variante in questione, che è passata con i voti della maggioranza.
Sappiate dunque, cittadini pianezzesi, che d’ora in poi potrete tranquillamente rivolgervi al Comune chiedendo varianti del piano regolatore ad personam per scambiarvi edificabilità, come in un gigantesco Monopoli (cedo Vicolo Corto in cambio di un albergo in Parco della Vittoria…). C’è un precedente illustre, questa Giunta una variante non potrà più negarla a nessuno!

Perché l’o.d.g. proposto dalla maggioranza è stato comunicato ai consiglieri comunali il giorno prima del Consiglio? La risposta è stata che c’era urgenza di votarlo e non si sarebbe potuto aspettare una prossima seduta. Infatti a Pianezza il Consiglio Comunale si riunisce molto di rado, soltanto quando proprio non se ne può fare a meno, quando la Giunta è costretta dalla normativa a uscire dal suo splendido isolamento, dove governa in indisturbata solitudine, senza doversi confrontare con nessuno. Che poi, diciamolo pure, la maggioranza in Consiglio avrebbe comunque i numeri per far passare qualunque propria decisione (11 consiglieri contro 5)… E allora perché non convocare più spesso il Consiglio Comunale? perché non creare l’occasione di confrontarsi pubblicamente con la minoranza, di fronte ai cittadini, per discutere del merito delle questioni? perché non sottoporre in anticipo i testi da discutere, tanto più quando si tratta di questioni importanti, eventualmente convocando una seduta ad hoc, se necessario? perché non rispettare come si merita l’istituzione del Consiglio?

Il capogruppo della maggioranza ci ha spiegato che siamo noi consiglieri di opposizione a soffocare la democrazia, perché presentiamo interrogazioni che come tali richiedono la risposta diretta soltanto del Sindaco e/o dell’Assessore interrogato, invece di interpellanze per le quali si può aprire un dibattito più ampio. È un punto di vista davvero curioso: non solo non viene convocato il Consiglio Comunale, non solo i documenti arrivano con un minimo anticipo, non solo attendiamo da quasi un anno che il Presidente Romeo adempia alla sua promessa di rivedere il regolamento del Consiglio insieme con tutti i gruppi consiliari, ma tocca pure all’opposizione creare degli spazi perché la maggioranza possa esprimersi più liberamente!

Che cosa tratta l’ordine del giorno (le sottolineature sono nostre) proposto dal gruppo consiliare “Insieme per Pianezza – Castello Sindaco” nello scorso Consiglio Comunale? – per capirci, si tratta del documento che è stato recapitato ai consiglieri a ridosso del consiglio, sollevando già per questo notevole disappunto

L’occasione è la calendarizzazione al Senato della Repubblica del prossimo 15 giugno (forse… anche sulla data ci sono informazioni discordanti) della discussione delle norme relative alla concessione della cittadinanza italiana sulla base del cosiddetto ius soli. La legge prevede anche altro, ma è questa la norma che scatena l’ira del nostro gruppo consiliare di maggioranza.

Premessa necessaria per «affrontare in modo serio e razionale» la questione, come invita a fare (a parole) anche l’odg, dovrebbe essere sapere di che cosa si sta parlando. Potete andare a controllare sul sito della Camera: rispetto allo ius soli, il testo che ora passa al Senato prevede che acquisisca la cittadinanza italiana per nascita il figlio di genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare di diritto di soggiorno permanente o sia in possesso del permesso di soggiorno UE di lungo periodo. Non si tratta dunque dell’acquisizione automatica di cittadinanza per chiunque nasca sul territorio italiano, né di norme che riguardino i migranti minori. Attualmente, le norme che verrebbero sostituite da questa nuova legge prevedono che la cittadinanza sia concessa a condizione che il soggetto abbia soggiornato per 10 anni continuativamente nel nostro paese (se per qualche ragione passa un anno dai nonni nel paese di origine, per dire, si riparte dal via!). Secondo il gruppo consiliare di maggioranza l’attuale normativa basta e avanza perché comunque le ragazze e i ragazzi che attendono di diventare cittadini italiani godono «di tutte le tutele e diritti dei loro coetanei italiani quali la scuola, la sanità e gli altri servizi pubblici divisibili e indivisibili, senza discriminazione alcuna.» Purtroppo non è così: ammesso che questa sia la situazione sul territorio italiano, le cose cambiano non appena dall’Italia si esce, per esempio per un viaggio di istruzione, uno scambio culturale, un soggiorno all’estero… Stiamo parlando di ragazze e ragazzi per lo più nati in Italia, che parlano e scrivono l’italiano come e meglio di molti di noi, che hanno assunto le cadenze dialettali del posto in cui vivono, che tifano per la squadra locale… ma che non possono partecipare al viaggio all’estero organizzato per la classe, per esempio, se non sottoponendosi ad una procedura diversa da quella dei compagni, in quanto cittadini stranieri (e la procedura evidentemente varia a seconda del paese di provenienza e da quello di destinazione). È un banale esempio di vita quotidiana, ma è proprio della vita quotidiana delle persone che qui si parla, e di come una semplice norma di legge potrebbe semplificarla…

Quali sono gli argomenti addotti dalla nostra maggioranza contro la nuova legge? Sono principalmente due:

1) l’Italia diventerebbe (testualmente) «una sorta di possibile eden da raggiungere, dove tutto è in regalo»;

2) l’acquisizione della cittadinanza da parte di figli di immigrati regolari costituirebbe un rischio di qualche genere per il processo di integrazione. A sostegno di questo argomento si citano i casi degli attentati terroristici in Francia e in Belgio perpetrati da cittadini di seconda e terza generazione.

Entrambi sono argomenti che si rivolgono più alla pancia che alla testa. Se si affronta la questione in modo pacato e razionale risulta evidente che:

1) l’acquisizione della cittadinanza da parte dei figli di immigrati residenti regolarmente in Italia non è motivo sufficiente perché barconi di donne incinte si dirigano verso il nostro paese, come sembra prefigurare l’odg, e in ogni caso non è questo il tema di cui si occupa la legge;

2) proprio perché il processo di integrazione è lungo e difficile, richiede aperture reciproche e negoziazioni complesse, non si capisce come semplificare il processo di acquisizione della cittadinanza da parte delle seconde generazioni costituisca un impedimento all’integrazione. Si può sostenere che non la implichi necessariamente, ma certamente non la ostacola.

La divergenza di fondo sta dunque tra chi riconosce che nel mondo da millenni si mescolano soggetti e culture e chi si chiude dentro l’apparente uniformità del proprio gruppo di riferimento. Uniformità apparente, certo, perché se analizzassimo sul lungo periodo chi siamo e da dove veniamo, scopriremmo di essere noi stessi il risultato di una miscela millenaria di migrazioni e contaminazioni: italici, latini, etruschi, greci, arabi, longobardi, normanni… Possiamo decidere di andare nella direzione dell’integrazione, per quanto difficile sia, oppure dichiarare l’esistenza di culture che di per sé sarebbero «difficilmente integrabili», come scrive l’odg della maggioranza. Noi andiamo per la prima strada, che non è facile, ma è quella che ci mostra la storia.

Il disaccordo con l’odg della maggioranza è dunque radicale.

 

Va però osservato, in appendice, che l’odg, pur partendo da questioni enormi, scomodando principi e dichiarazioni altisonanti, si proponeva alla fine un piccolo scopo di polemica politica, volendo sollecitare il Parlamento a discutere di queste questioni senza che si ponga il voto di fiducia e senza che ci si astenga dal prendere una posizione netta… Ora, in punta di diritto, si può discutere se l’astensione non sia a sua volta una presa di posizione, ma limitiamoci qui alla questione del voto di fiducia. Condividiamo la convinzione che la politica debba saper discutere, confrontarsi, litigare anche, e addivenire a soluzioni comuni, ma questo in Parlamento significa anche presentare un numero di emendamenti tale da poter essere discusso, che tocchino il merito delle questioni, e non migliaia e migliaia di proposte create con un algoritmo al computer, costruite soltanto allo scopo di rallentare i lavori. Perché così si impedisce non solo l’approvazione, ma anche una reale discussione della legge.

L’invito ad un’ampia e certo auspicabile discussione parlamentare sarebbe stato più sincero se fosse stato accompagnato anche dalla stigmatizzazione dell’abuso dell’istituto degli emendamenti.